Credo sia superfluo precisare che questi formaggi si diffondono in Tunisia tra fine Ottocento e i primi decenni del Novecento, il primo per mezzo del Protettorato francese, l'altro con le copiose immigrazioni di lavoratori siciliani.
La Tunisia che conquista l'indipendenza nel 1956 con il socialista Bourguiba, che modernizza il Paese in senso laico ma che ben presto si trasforma in dittatore, deve poi sopportare un'altra dittatura ben peggiore, quella di Ben Alì. Dov'erano i paladini della democrazia che altrove hanno invece voluto esportarla: americani, europei, Onu? Accanto a lui, ben contenti della situazione. Fiancheggiavano società off-shore dei propri Paesi, multinazionali, gruppi d'affari in investimenti più o meno leciti. L'Italia, per esempio, aveva ottenuto per l'Eni una concessione che dal 1964 dura ancora oggi. E che ha come corollario - tutt'altro che secondario - la costruzione di un gasdotto che parte dal Cap Bon per arrivare a Mazara del Vallo.
Quanto è difficile comprendere la profondità degli avvenimenti che stanno accadendo in Tunisia se non si conosce un po' della storia del Paese, dei percorsi identitari ed emotivi delle persone tunisine!
Con Ben Alì non esistevano omicidi, né rischi o pericoli: la Tunisia era uno Stato di polizia e la sicurezza", dai racconti degli italiani - in buona parte nostalgici del dittatore -, si concretizzava in un modo molto simile a quello fascista: "Lasciavamo la porta aperta e nessun ladro entrava", "Potevi uscire alle due di notte e non ti accadeva niente", "Nessuno ti guardava male per strada o ti minacciava". Certo, ma non per senso civico. Tutt'altro: per un profondo terrore di finire massacrati dai poliziotti.
| L'abbraccio tra Ben Alì e Berlusconi |
Sciolti in modo coatto i partiti, le opposizioni politiche erano tutte in carcere o in esilio (processo già iniziato per volontà di Bourguiba). Erano all'estero tutti gli uomini politici di Ennahda: ed è sull'emotività di quest'ostracismo che meno di due anni fa hanno ottenuto un largo consenso.
E allora? Che c'entrano i camembert, le ricotte, i califfi?
La Tunisia sta ricostruendo la propria identità, svuotata dall'oppressione francese prima, dalle dittature poi. Negli ultimi tempi c'è un rifiorire di scritte arabe nelle insegne dei negozi, nelle indicazioni, sulle confezioni dei prodotti: l'arabo diventa nuovo simbolo che veicola l'identità. Le donne che indossano il velo lo fanno per riappropriarsi di qualcosa di sé che era stata loro negata: Bourguiba aveva fatto dello "svelamento" delle donne un simbolo della laicità del Paese. Il recupero dell'Islam da parte di alcuni tunisini - altra ragione della vittoria di Ennahda - va visto in quest'ottica.
Inglobare, di fatti appropriandosene, nel proprio patrimonio gastronomico - ovvero culturale - due formaggi non tunisini, anzi elementi estranei, non è paradossale: è invece indicativo della legittimazione di un popolo che necessita di ricostruire la propria autostima. Aggettivi come Vieux richiamano alla mente l'autorevolezza di un passato, una sorta di referenze legate alle origini. Un po' come quando sull'insegna di una gelateria troviamo "dal 1917". Discorso analogo per tipico: indicativo di un prodotto indissolubilmente legato a territorio e tradizioni. In Italia ci hanno riempito la testa di prodotti tipici.
Calife: ancora un ritorno all'Islam, la religione come forza di coesione.
Questo passaggio non mi pare facile da comprendere. Basta riflettere sul fatto che in Italia sarebbe considerato di maggior valore un camembert de Normandie piuttosto che uno prodotto in Italia. Ma è questo il punto: la Tunisia non è l'Italia e non si possono trarre deduzioni dai nostri parametri di giudizio.
Manco a parlarne: di tutto questo coloro che si improvvisano esperti della questione tunisina sui giornali italiani mostrano di non sapere nulla. Nei pezzi in cui si ostenta maggiore "impegno", come quello di Paolo Hutter sul Fatto Quotidiano, si profetizzano nuovi scenari per il Paese, che dovrebbe decidere tra un futuro democratico o islamista! Soprattutto la stampa italiana punta tutto su quello che è considerato il piatto forte: la liberazione di Amina!
E' necessario mostrare il seno nudo per schierarsi a favore dei diritti delle donne? L'impressione è che spesso esibizionismo ed egocentrismo smettano i loro panni consunti per indossare il vestito buono della domenica.
E' necessario mostrare il seno nudo per schierarsi a favore dei diritti delle donne? L'impressione è che spesso esibizionismo ed egocentrismo smettano i loro panni consunti per indossare il vestito buono della domenica.
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